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LA CASA
Ciò che conosciamo sulle abitazioni romane
proviene dagli scavi effettuati a Roma, Ostia, Pompei ed
Ercolano, luoghi in cui si è conservata la struttura della
città e si sono ritrovati interi edifici.
Nei mille anni di storia romana, l’abitato si
è modificato e si è evoluto; dai villaggi di capanne del periodo più antico, si
passò alla città con edifici pubblici e privati con diverse funzioni: templi,
mercati, terme, teatri ed abitazioni.
La casa rifletteva in maniera molto evidente
la condizione sociale dell’abitante: esprimeva infatti nelle comodità di cui
disponeva le possibilità economiche del suo possessore.
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La villa
Residenza di
campagna e fattoria nello stesso tempo, apparteneva ai romani più ricchi, i
quali vi soggiornavano, però, solo saltuariamente.
Era una struttura
molto complessa formata da un appartamento padronale, con le stanze spesso
preziosamente decorate, e da una parte rustica comprendente gli alloggi per gli
schiavi, le cucine, le stalle, i magazzini.
Le attività
principali erano l’allevamento e la produzione di vino, olio, frumento, frutta e
lana.
Le dimore più
fastose erano provviste del riscaldamento sotto i pavimenti, di un forno per
cuocere il pane, di terme private e talvolta persino di una piscina.
Avevano spaziosi
giardini con statue e specchi d’acqua ornamentali.
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La casa dei ricchi,
la domus, era quasi sempre ad un solo piano.
All’esterno
appariva disadorna, spesso senza finestre.
La domus dei tempi
più antichi era limitata ad alcuni ambienti essenziali.
Per un vestibolo,
aperto sulla strada, e l’ingresso (fauces), si entrava in un
cortile coperto, l’atrium, nel tetto del quale un’apertura (compluvium)
dava luce ed aria. Ad essa corrispondeva, in basso, una vasca poco profonda (impluvium)
che raccoglieva l’acqua piovana.
Le poche stanze si
aprivano intorno all’atrium, un ampio ambiente dove si svolgeva la
vita della famiglia: qui si lavorava, si mangiava, si ricevevano gli amici. Qui
ardeva sempre un focolare, anche se la domus era riscaldata da un impianto di
riscaldamento sotto il pavimento.
Quando la domus, in
epoche successive, venne ampliata con altre stanze, dispense, camere da letto (cubicola),
l’atrio divenne il soggiorno, nel quale si trovava l’altare dei Lari, gli dei
protettori della casa.
Dall’atrio si
passava alla sala da pranzo (triclinium),
a stanze laterali (oecus) e, attraverso un altro
locale (tablinum), in un giardino con il porticato (peristilium),
abbellito da aiuole, vasche e fontane.
Gli interni erano
decorati da affreschi e mosaici a colori vivaci.

Sul giardino si
affacciavano un triclinio più grande e la cucina (culina), a
fianco della quale, per utilizzare lo stesso scarico, era installata la
latrina, un ambiente piccolo e spoglio, nel quale si trovava un rialzo
in muratura con un’asse di legno con un foro nel centro.
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L’insula
La gente comune in
città occupava i quartieri più miseri; le case erano rappresentate da edifici
contigui, insulae, delimitate da strade molto strette; nelle
grandi città erano a più piani, con scale, scalae, ripide e con
numerose finestre prive di vetri.
Le abitazioni,
habitationes,
erano poste sopra le botteghe; il pianoterra era occupato da inquilini
benestanti , talvolta dal proprietario dell’insula.
Le condizioni di
vita degli inquilini erano tutt’altro che buone: lo spazio era limitato, il
mobilio ridotto al minimo… un tavolo, qualche panca, qualche sgabello.
In genere si
dormiva sul pavimento o su letti in muratura coperti da pagliericci o stuoie.
I gabinetti privati
erano un lusso; chi non poteva recarsi alle latrine comuni, usava un vaso da
notte, che vuotava poi… nella strada!
D’inverno, il costo
dell’olio per le lucerne imponeva la scelta fra tremare di freddo o stare al
buio. La gente si alzava di buon’ora per sfruttare al massimo le ore di luce.
Negli appartamenti non esistevano camini. Per scaldarsi e cucinare si faceva il
fuoco in un braciere, con il pericolo di restare intossicati o di incendiare
l’intero caseggiato.
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