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IN FAMILIA |
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Gli uomini La base della società romana era la famiglia, un nucleo saldo, sottomesso alla volontà del padre, il "pater familias". Questa volontà in origine era assoluta: il padre poteva persino vendere i suoi figli e decretarne la morte. Aveva diritto di frustarli o farli incarcerare. Sotto di lui non stavano soltanto la moglie e il figlio, ma anche nuore, generi e nipoti: alla sua morte il figlio maggiore ne prendeva il posto. Nelle case patrizie, quando nasceva un figlio, la nutrice lo porgeva subito al padre: se questi voleva riconoscerlo, lo sollevava tra le braccia, altrimenti il bambino veniva esposto fuori della casa: o moriva o era raccolto pietosamente da qualche famiglia povera. |
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Il nome di ogni cittadino romano di famiglia patrizia era formato da tre elementi: il praenomen (così chiamato perchè veniva prima del nomen), il nomen e il cognomen. Il praenomen corrispondeva al nostro nome, il nomen ricordava il capostipite della gens e il cognomen indicava una caratteristica di un personaggio, dal quale prendevano poi nome tutti i discendenti del suo ramo della gens. Così, per esempio, in Quinto Fabio Massimo, Quinto era il praenomen, Fabio era il nomen che designava l’appartenenza alla gens Fabia e Massimo era il cognomen, il soprannome che significava “il più grande” (come statura o forse per la sua abilità in battaglia).
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Le donne Dei piccoli si occupava soprattutto la madre, aiutata, nelle famiglie patrizie, dagli schiavi. Le donne che rimanevano in casa, per tradizione, avevano il dovere di "filare la lana" e dirigere il lavoro delle schiave. Le distrazioni erano, come oggi, le visite tra amiche e gli spettacoli; benchè per molto tempo ciò venisse considerato scandaloso, alcune donne romane frequentavano le terme. Nonostante avessero un ruolo secondario, poiché i diritti erano dati solo agli uomini, la moglie romana appariva spesso in compagnia del marito: divideva con lui l’autorità sui figli e sui servi, gli stava accanto nei ricevimenti e nei banchetti, ma vi stava seduta, non sdraiata… inoltre le era proibito bere vino e non partecipava all’ultima fase del banchetto, quella in cui gli uomini si abbandonavano al vino sino ad ubriacarsi. |
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I figli Le famiglie romane non erano affatto numerose. Solitamente i genitori avevano al massimo tre figli. Nelle famiglie povere i bambini cominciavano a lavorare già a 5 o 6 anni, mentre i bambini dei ricchi potevano giocare fino ai 7 anni, poi iniziavano a frequentare la scuola, che molti lasciavano a 11 anni per impratichirsi negli affari di famiglia e a 14 anni i ragazzi venivano considerati già adulti. Bambini e bambine crescevano giocando insieme, e insieme erano avviati alle scuole elementari. Terminati i primi studi, le ragazze di buona famiglia continuavano ad istruirsi privatamente ed erano educate in casa: studiavano la letteratura greca e latina, imparavano a suonare la cetra, a cantare e a danzare. Imparavano contemporaneamente a filare e a tessere; questa attività, che anche le matrone continuavano a dividere con le schiave, era considerata una grande virtù.
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La madre stessa insegnava loro come condurre una famiglia. Gran parte delle ragazze si fidanzava a 12 anni e si sposava intorno ai 14. I genitori erano affettuosi verso i loro bambini, ma pretendevano di essere obbediti; talvolta i matrimoni finivano con dei divorzi e, in tal caso, i figli stavano sempre con il padre. |
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| I GIOCHI | ||
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Nascondino, cavallina e campana erano i giochi preferiti dai bambini romani. Il primo giocattolo era di solito un sonaglio di ceramica, spesso a forma di uccellino. Un poco più grandi, si passava alle statuine che riproducevano animali, all’altalena, al cavallo a dondolo, alle biglie e al gioco del cerchio Le bambine giocavano con delle bambole di legno, argilla o stoffa, mentre i bambini si affrontavano brandendo spade di legno. I più fortunati ricevevano carrettini trainati da capre oppure oche.
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Gli schiavi La maggioranza delle famiglie romane ricorreva all’aiuto degli schiavi per mandare avanti la casa e gli affari o lavorare la terra. In genere, gli schiavi erano prigionieri di guerra provenienti dai diversi Paesi conquistati dai romani. Condotti a Roma, venivano esposti e messi in vendita come merce su un palco girevole, in un mercato vicino al Foro; dal loro collo pendeva un cartello con tutte le indicazioni utili al compratore: paese da cui provenivano, capacità, qualità e difetti. Il loro prezzo medio oscillava fra gli 800 e i 4.000 sesterzi, ma andava anche oltre…ben 200.000 sesterzi per schiavi provenienti dalla Grecia: essi avevano maggior valore di un semplice schiavo da fatica. Erano infatti più istruiti e venivano usati dai romani - conoscitori ed ammiratori dell’arte greca - come insegnanti per i figli. Quasi tutte le famiglie ne possedevano almeno uno; le più ricche ne avevano a centinaia. Plinio il Giovane – famoso scrittore latino – ne aveva 500, divisi tra la casa di città e la villa di campagna! Gli schiavi erano divisi per attitudini e compiti. I più colti – soprattutto greci – erano scelti come segretario o contabile del padrone o, ancora, l’educatore dei figli; diventava, allora, quasi un membro della famiglia. Gli schiavi non istruiti svolgevano compiti prevalentemente domestici: i giovani più belli diventavano coppieri alle tavole dei ricchi, i più robusti erano addetti al trasporto delle lettighe. Le schiave aiutavano la padrona ad acconciarsi e a vestirsi e a volte accompagnavano i bambini a scuola. Esistevano schiavi pubblici che appartenevano alla comunità, allo stato. Perlopiù lavoravano alla costruzione di strade e acquedotti, nell’edilizia, nelle miniere, nell’industria. Lo schiavo era considerato una "cosa", soggetta all’autorità assoluta del padrone che aveva su di lui diritto di vita e di morte. Non poteva sposarsi legalmente e i suoi figli diventavano proprietà del padrone. Alcuni, infine, erano costretti a combattere per il divertimento del pubblico, fino alla morte, come gladiatori nell’arena. Durissima era la vita degli schiavi di campagna, che lavoravano nelle fattorie o nei mulini: spesso erano soggetti ad una spietata disciplina e talvolta lavoravano incatenati. Tuttavia molti proprietari erano in disaccordo con questa pratica; i loro schiavi vivevano in un ambiente quasi familiare e ricevevano una paga in denaro. Qualche volta lo schiavo otteneva la libertà in ricompensa del servizio prestato fedelmente; altri usavano i propri risparmi accumulati per comprarsi la libertà. In alcuni rari casi anche lo schiavo gladiatore sopravvissuto a molti combattimenti veniva liberato. Gli schiavi resi liberi venivano chiamati "liberti".
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